Questa non è una guerra contro il terrore è una lotta contro i nemici dell’America


musulmani in preghiera

musulmani in preghiera

Al tempo in cui mi occupavo dell’occupazione russa dell’afganistan, scendevo a volte per Jalabad e attraversavo il confine con il Pakistan per trovare un po’ di riposo a Peshawar. Negli ambienti cupi e sporchi del vecchio Hotel Intercontinental battevo le mie storie su un telex sofferente accanto ad un ufficio che recava sulla porta la scritta “Capo Contabile”. Sul muro vicino alla porta — non so se fosse stato il capo contabile ad apporlo — c’era un foglio di carta incorniciato che riportava quattro versi di Kipling che ricordo ancora: una scaramuccia ad un posto di frontiera / una galoppata in uno passo stretto / cinquemila sterline di istruzione abbattute da un fucile da cinque rupie. Oppure, suppongo oggi, da un kalashnikov AK-47, prodotto a Quetta, oppure da uno di quei missili Blowpipe che abbiamo consegnato ai mujahedin con tanto trasporto all’inizio degli anni ’80 affinchè potessero uccidere i loro — e nostri — nemici, i Russi. Ma ho pensato più a lungo ai nascondigli, alle gole e alle montagne soprastanti, alle muraglie di roccia nuda alte 1500 metri, alle caverne e ai tunnel immensi che Osama bin Laden ha scavato in queste montagne. Qui, presumibilmente, si trovano i “buchi” dai quali l’Occidente vuole stanarlo “con il fumo”, sempre ammesso che sia stato abbastanza gentile da scappare a nascondervisi. Giacchè esiste un parere sempre più diffuso–fondato sulla nostra retorica–che bin Laden ed i suoi uomini siano in fuga, alla ricerca di posti in cui nascondersi. Non ne sono così sicuro. Sono pieno di incertezze su ciò che bin Laden possa star facendo ora. In realtà non sono affatto sicuro di ciò che noi — l’Occidente — stiamo per fare. è vero, i nostri cacciatorpedinieri e le nostre portaerei e i nostri caccia e bombardieri e le truppe si stanno ammassando nella vasta regione del Golfo. I nostri ragazzi del SAS — così dicono in Medio Oriente — stanno già arrampicandosi nelle regioni nord dell’Afganistan, ancora sotto il controllo delle forze dell’ultimo Shah Mosud. Ma cosa stiamo progettando di fare esattamente? Rapire bin Laden? Abbatterci sui suoi accampamenti e ucciderli in blocco, bin Laden e tutti i suoi algerini, egiziani, giordani, siriani e arabi del golfo? O forse bin Laden è solo il primo capitolo della nostra nuova avventura medio-orientale, che si allargherà dopo ad includere l’Iraq, il rovesciamento di Saddam Hussein, la distruzione degli Hezbollah libanesi, l’umiliazione della Siria, la mortificazione dell’Iran, la reimposizione di un altro fraudolento “processo di pace” tra Israele ed i Palestinesi? Se tutto ciò vi sembra il frutto di una fervida fantasia, dovreste ascoltare ciò che proviene da Washington e Tel Aviv. Mentre le fonti interne al Pentagono di The New York Times lasciano intendere che Saddam potrebbe essere il capitolo due, gli Israeliani stanno cercando di mettere in lista il Libano — il “centro del terrore internazionale” secondo il primo ministro israeliano Ariel Sharon — per un bombardamento o due, assieme alla piccola striscia di spazzatura di Yasser Arafat laggiù a Gaza dove gli Israeliani hanno scoperto, incredibile a dirsi, una “celluna bin Laden”. Gli Arabi chiaramente vorrebbero egualmente porre fine al terrore nel mondo. Ma preferirebbero altri nomi sulla lista. Ai Palestinesi piacerebbe vedere Sharon catturato per il massacro di Sabra e Chatila, un massacro terrorista condotto dagli alleati libanesi di Israele–che erano stati addestrati dall’esercito israeliano–nel 1982. Con 1800 morti arriva solo ad un quarto del numero delle vittime dell’11 settembre. I Siriani di Hama vorrebbero porre Rifaat Al-Assad, fratello dell’ultimo presidente, sulla loro lista di terroristi per la strage condotta dalle sue Brigate di Difesa nella città di Hama quello stesso anno. Con 20.000 morti è più del doppio del dazio dell’11 settembre. I libanesi vorrebbero processi per gli ufficiali israeliani che progettarono l’invasione del Libano nel 1982, che uccise 17500 persone, la maggior parte civili–di nuovo, ben più del doppio del dato dell’11 settembre. I cristiani del Sudan vorrebbero che il presidente Omar al-Bashir fosse portato in tribunale per strage. Ma come gli Americani hanno chiarito, è solo alla caccia dei loro nemici terroristi che vanno, non dei loro amici terroristi o di quei terroristi che hanno di continuo macellato popolazioni al di fuori della “sfera di interesse” americana. Finanche quei terroristi che vivono comodamente in USA ma non hanno fatto del male agli USA sono al sicuro: prendiamo per esempio il miliziano pro-Israele che uccise due soldati irlandesi dell’ONU nel sud del Libano nel 1980 e che ora vive tranquillo a Detroit dopo essere fuggito da Tel Aviv. Gli irlandesi hanno il nome e l’indirizzo, se ma l’FBI fosse interessata — ma chiaramente non lo è. Per questo non ci viene realmente chiesto di combattere il “terrore del mondo”. Ci viene chiesto di combattere i nemici dell’America. Se ciò significasse ingabbiare gli assassini che si celano dietro le atrocità di New York e Washington, pochi avrebbero da ridire. Ma solleverebbe la questione del perchè queste migliaia di innocenti sono più importanti–perchè meritino di più il nostro sforzo e forse il nostro sangue– che tutte le altre migliaia di innocenti. E solleva anche una domanda molto più scomoda: se ai crimini contro l’umanità commessi negli USA l’11 settembre debba essere fatta corrispondere giustizia o no — o piuttosto un assalto militare inteso ad estendere il potere politico americano nel Medio Oriente. Ad ogni modo, ci viene chiesto di sostenere una guerra i cui fini sembrano essere tanto fuorvianti quanto nascosti. Gli Americani ci dicono che questa guerra sarà diversa da tutte le altre. Ma una di queste differenze pare essere il fatto che non sappiamo chi stiamo andando a combattere e per quanto tempo. Certamente nessuna nuova iniziativa politica, nessun vero impegno politico reale a favore del Medio Oriente, nessuna giustizia neutrale sarà parte probabile di questo conflitto di durata indefinita. La disperazione e l’umiliazione e la sofferenza dei popoli del Medio Oriente non figurano tra gli obiettivi della nostra guera–solo la disperazione e l’umiliazione e la sofferenza di americani ed europei. Per quanto concerne bin Laden, nessuno crede che i Talebani davvero non sappiano dove si trovi. è in Afganistan. Ma è veramente finito a terra? Durante la guerra russa, emergeva ogni volta per combattere gli occupanti russi dell’Afganistan, per attaccare la seconda superpotenza mondiale. Ferito sei volte, era un maestro delle imboscate tattiche, come i russi scoprirono a loro spese. Il male e la cattiveria non si avvicinano alla descrizione del massacro di massa degli USA, ma — se fosse stato davvero un lavoro di bin Laden — ciò non significa che non ricomincerebbe di nuovo a combattere. E combattere sul terreno di casa. Ci sono tantissimi nascondigli oscuri in cui infilarsi. E tanti fucili a basso costo per spararci. E questa non sarebbe affatto “un nuovo tipo di guerra”.

The Independent 25 settembre 2001 Robert Fisk.